Il peso delle cose – parte seconda

Ultimamente sto pensando sempre più spesso al cosiddetto declutter, vedere infatti troppi oggetti inutilizzati in casa mi irrita, aprire l’armadio e constatare di avere vestiti accatastati uno sull’altro di cui non ricordavo l’esistenza e che magari non ho neppure mai messo, mi fa venire l’ansia. Negli ultimi anni, da quando ho traslocato, ho cercato di non accumulare troppa roba, ma se mi guardo in giro mi rendo conto di avere comunque comprato e/o ereditato troppo ciarpame. E così mi viene in mente quello che avevo scritto ormai 5 anni fa qui https://vbucci77.wordpress.com/2007/01/16/il-peso-delle-cose quando probabilmente di declutter/downshifting/decrescita non avevo neppure sentito parlare, ma l’idea di essere più minimale nei consumi, e più in generale nello stile di vita, già mi frullava in testa. Purtroppo se devo fare un bilancio non credo di essere stata molto virtuosa, soprattutto per quanto riguarda i vestiti, ho fatto tanti acquisti avventati, sull’onda dell’entusiasmo da saldi soprattutto. Ieri (dopo essermi imbattuta su Sette in un articolo sul downshifting) mi sono spulciata avida, e in preda ai sensi di colpa, un bel blog scoperto grazie al provvidenziale Baby Green http://www.babygreen.it/2012/02/weekend-links_25.html chiedendomi se mai sarei riuscita a fare a meno dell’80% del mio guardaroba http://www.theminimalistmom.com/2010/09/20/the-great-declutter-goodbye-wardrobe-goodbye/ Certo che potrei, se fossi costretta, ma so che non avrei mai il coraggio di prendere l’iniziativa da sola.
E oggi leggendo Vanity Fair inciampo di nuovo sull’argomento grazie a un articolo di Manuela Dviri su una stilista israeliana che, pur confezionando abiti molto colorati, veste solo di nero e ha un armadio super essenziale: “Comprare montagne di vestiti di cattiva qualità, riempire l’armadio di ciò che non ci serve è come riempirsi lo stomaco di junk food che ci fa solo male. Il mio armadio ha un’unica anta, e lì i miei vestiti ci stanno tutti, belli comodi. E io mi sento libera. Sana. Pulita. Bella. Sento di rispettare me stessa e il mio corpo.” E ancora: “Non sono ossessionata dalla frugalità, non sono un’integralista dell’essenziale, ma credo nella necessità di creare un ordine interno, un nucleo centrale del proprio guardaroba con il quale rapportarsi. […] Non tutto quello che ci piace ce lo dobbiamo portare a casa… Possiamo godercelo anche se appartiene ad altri”. Ho trovato entusiasmanti queste affermazioni, soprattutto invidio quel senso di pulizia e ordine che un armadio rigoroso può dare.

Eppure ancora mi risulta difficile staccarmi da certi oggetti. E quando ho dovuto svuotare l’armadio di mia madre ho cercato di farlo velocemente, senza rimuginarci su, mi sono portata a casa qualcosa che mi piaceva, ho lasciato qualcos’altro per ricordo nel mio vecchio armadio e il resto è finito in sacchi destinati in beneficenza. E mi ripetevo: “sono solo oggetti, non le servono più, è inutile tenere tutto qui”. Ma l’inconscio è bastardo, si sa, e io continuo a sognare mia madre che torna e non ha vestiti da mettersi, e mi sento mortificata. Perché lasciamo che gli oggetti ci definiscano più di quello che dovrebbero, perché assegniamo loro un ruolo di cruciale importanza, in vita e in morte, e invece sono solo cose, non sentimenti, emozioni, valori e idee.

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Il perdono e la saggezza

Citazione letta sulla copertina del nuovo Vanity Fair:

Quando un bambino capisce che gli adulti sono imperfetti, diventa adolescente. Quando li perdona, diventa adulto. Quando perdona se stesso, diventa saggio.”

Alden Nowlan

Dashing through the snow…

Mai stata più felice di non dovere andare a lavorare…